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XIII edizione del festival Roma - Ognuno ma proprio ognuno è il centro del mondo

di: Mia Couto

Avevo sette anni quando vidi piangere mio padre per la prima volta. Aveva appena ricevuto una lettera in cui gli comunicavano che nostro nonno era morto in Portogallo. I miei genitori, ancora in giovane età, erano stati costretti a esiliarsi in Mozambico. Non avevamo mai conosciuto i parenti che vivevano in Portogallo. Ma in verità il nonno era sempre vissuto in Mozambico, in casa nostra. Era presente attraverso le storie che noi ragazzi ascoltavamo.

Seduti al capezzale del nostro letto, tutte le sere i nostri genitori ci facevano viaggiare per terre e popoli distanti. Perciò, senza averlo visto, il nonno era un abitante della nostra casa. Sentivamo i suoi passi, conoscevamo la sua voce, indovinavamo i suoi silenzi.

Il giorno della triste notizia, pensai che adesso spettava a me consolare mio padre. Era disteso sul letto. Non lo avevo mai visto così tanto disteso. E quel letto non mi era mai sembrato così tanto grande. Mi sedetti accanto a lui e gli chiesi:

- Papà, il nonno è morto davvero?

E lui rispose:

- Tuo nonno è morto là, da quell’altra parte. Qui, continua a restare vivo.

Non essendoci un’assenza, non c’era la necessità di un lutto. Solo che i nostri morti si dimenticavano di uscire dalla Vita. Nel buio della notte, non smisi mai di sentire i leggeri passi del nonno.

Come tutti gli esiliati, i miei genitori avevano fondato una famiglia come se fosse una patria. Come tutti quelli che vivono lontani, inventavano ricordi come fossero navi. Intonavano canzoni, recitavano poesie e creavano favole. Ad affascinarmi non era propriamente il contenuto di quelle storie. In realtà, non me ne ricordo neppure una. Ciò che non posso scordare è la magia che creavano. Il sublime momento di avere mio padre e mia madre tutti e soltanto per me. Ciò che ricordo è la passione con cui inventavano quelle dolci bugie. Ma è a quella magia che torno ogni volta che scrivo.

La casa dove sono nato, la casa dove ho visto piangere mio padre, la casa della mia infanzia, rimangono vive dentro di me. (È molto curioso il modo in cui ci riferiamo alla casa della nostra infanzia. Diciamo “la mia casa”, come se continuassimo ad abitarci per tutta la vita). Ciò che mi interessa dire qui è che io e la casa siamo fatti della stessa materia. Siamo fatti di storie.

Torno con la memoria a quei tempi per parlare del tema che ci porta a Roma. In fondo, le storie sono la materia della letteratura. Sapremo qual è il compito della letteratura quando sapremo di che materiali la letteratura è fatta. Non credo che si possano chiedere alla letteratura le stesse cose che si chiedono a un candidato a un posto di lavoro: esperienza professionale e titoli di studio. Forse la letteratura si colloca fuori da questo aspetto di funzionalità. Forse la letteratura siamo noi stessi in cerca di quella casa dove nessuno muore.

Mentre preparavo questo intervento mi sono ricordato di quella volta in cui ero stato invitato a un congresso a Rio de Janeiro per parlare dell’origine e del futuro del Teatro. Ero nel panico. Non sono un drammaturgo e non ho credenziali nel campo delle arti sceniche. Cercai frettolosamente di improvvisare una qualche competenza. E lessi molto (e molto di fretta) libri sull’origine del teatro. E mi resi subito conto che l’argomento era terribilmente controverso, con teorie discordanti sul centro in cui storicamente sarebbero nate le prime forme di rappresentazione teatrale. Le tesi spaziavano da Roma alla Grecia, dalla Cina all’India, dall’Africa al Giappone. Ero in questo travaglio quando, ormai alla vigilia della conferenza, mio nipote Gabriel, che all’epoca aveva tre anni, entrò nella mia stanza e proclamò:«Io non sono più Gabriel! Io adesso sono te. E tu, tu non sei Mia. Tu sei Gabriel.» E subito dopo ordinò: e adesso andiamo a giocare alle persone!

All’inizio, confesso, esitai a partecipare al gioco. Probabilmente avevo paura di quell’assoluto instaurarsi del caos. Ma alla fine cedetti… E finii per rendermi complice di una dolce fabbrica di inganni, lasciandomi dissolvere da quell’assenza di me stesso. Quell’incursione di mio nipote Gabriel salvò il mio intervento al Congresso di Rio de Janeiro. Ecco qual era l’origine del teatro: giocare semplicemente a essere un altro.

Gabriel non immagina quanto mi abbia sostenuto. Non solo in quella situazione concreta, ma dandomi un grande aiuto per capire me stesso. Mi commosse l’intensità con cui viveva quel momento, l’assoluta verità con cui quel bambino sognava se stesso e viaggiava verso un’altra esistenza. Sappiamo tutti giocare. È qualcosa di essenziale quanto dormire, mangiare o respirare. Ma giocare non è soltanto un’attività. È una specie di intossicazione, un vizio dal quale non si guarisce mai. Mentre gioca, il bambino entra in una specie di estasi. Questa trance produce in lui un primo effetto-doping. È un vizio che nasce dunque da un’esperienza di pienezza, da un’esperienza che potremmo definire di «contatto con il sacro». In questa straordinaria pratica comincia la letteratura. E nello stesso punto cominciano tutte le arti.

E vero che, anche da adulti, continuiamo a fantasticare. La differenza è che siamo meno disposti a lasciarci possedere dalla fantasia. La differenza è che non ci abbandoniamo a questa magia se non in momenti socialmente consentiti.

Abbiamo perduto quell’abilità che non è solo di Gabriel ma della nostra stessa infanzia. Tutti i bambini del mondo si inventano diversi e passano con altrettanta facilità a vivere vite diverse dalla loro. Tutti sono scrittori senza scrittura, tutti raccontano una storia che dovrà sempre essere raccontata. Tutti lavorano intorno al serio tema di questo Festival: cosa resta da fare alla letteratura?

È una domanda altrettanto seria di quelle che si fanno agli sposi al momento del matrimonio. Una domanda che fa pensare a ciò che può distinguere un vecchio saggio da un saggio giovane. Il giovane vuol essere il primo a rispondere. Il vecchio saggio impiega così tanto tempo a rispondere che, alla fine, nessuno si ricorda più qual era la domanda.

In realtà non si può parlare di letteratura senza parlare contestualmente del mondo in cui essa è prodotta. È difficile pensare alla letteratura in un mondo in cui tutto è diventato oggetto di consumo immediato, usa-e-getta.

Alla letteratura resterà poco da fare se prevarranno le leggi del Mercato e gli editori e le librerie investiranno solo nei cosiddetti best-seller. Resterà ben poco da fare se i criteri di pubblicazione privilegeranno i libri di auto-aiuto e quelli che forniscono miracolose ricette per avere corpi belli, magri ed eterni. Ai giovani che bussano alle porte della letteratura si chiede se vogliono avere successo e diventare famosi. E se possono essere utili alla grande macchina che divora creatività e trabocca di merce. Tutti i giovani autori occupati nella ricerca di una loro voce originale dovranno aspettare nella lunga fila del silenzio e dell’anonimato.

Che cosa si può fare, dunque? Non ho una risposta. Ma ho una dichiarazione di fede, e questa fede è più grande della mia stessa speranza. Credo che la necessità vitale di ricreare quella magia perduta lascerà sempre aperto un varco nel muro dell’imbecillità e del vuoto.

In una conferenza tenuta in Italia, José Saramago parlava della scrittura come di un viaggio fra la statua e la pietra. Non è importante che sia la statua a trasformarsi in pietra o la pietra a essere scalpellata per diventare statua; la verità è che la parola dello scrittore oscilla tra la sgorbia e il lento scolpire dell’acqua e del tempo. Se ci saranno quindi speranza e tempo, la letteratura compirà la sua missione.

I grandi mali del nostro tempo sembrano identificati: i regimi dittatoriali, i fondamentalismi politici e religiosi, il sopravvento del lucro e dell’effimero nella società. Pensiamo a questi nemici come entità esterne a noi. Ma ci sono prigioni che abitano in noi, al di là delle occasionali circostanze di tempo e di luogo. È di queste prigioni che vorrei parlarvi. È con queste invisibili catene che la letteratura dovrà misurarsi.

Ho scelto di parlarvi brevemente di quattro di queste catene che ci imprigionano l’anima.

La prima prigione è la cosiddetta “realtà”.

L’idea di “realtà” non è solo una prigione. È una dittatura. La cosiddetta “realtà” agisce come il gran controllore del nostro pensiero. Questa sentinella prende il nome di “ragione” o di “buon senso”. Quella che ci viene presentata come “realtà” è una produzione narrativa del potere. È un tipo di racconto che invita alla rassegnazione. Vuole suggerirci che la miseria e la fame fanno parte di una realtà ineluttabile.

La letteratura può mettere in discussione questa rassegnata accettazione. Da sempre la letteratura ha sconvolto le frontiere della ragionevolezza. Gli scrittori hanno sempre praticato un’attività di contrabbando tra il possibile e l’impossibile. È questo che la letteratura dovrà fare ancora.

La seconda prigione è quella di un’identità pura e unica.

Le identità sono sempre transitorie, plurali e precarie. Il problema è che sono quasi sempre vissute come eterne e definitive. L’idea di appartenere a un’unica e pura identità è forse una delle prigioni più sottili del nostro tempo.

L’urgenza di identità è rafforzata oggi da un discorso politico che ha bisogno di trovare nemici in coloro che non posseggono la «stessa» identità.

Il gioco di mio nipote è già una risposta contro l’imposizione di un’identità semplice e di una narrazione unica. La scrittura mi ha restituito la libertà di poter viaggiare attraverso gli altri. Mi ha dato la felicità di essere altri. Perché in realtà a poco vale la scrittura, se non ci fa risvegliare in altri corpi, in altre voci, in altri tempi. La letteratura potrà mantenere accesa questa propensione ad ascoltare altre voci e a farci abitare da altre logiche. Oggi è diventato banale invitare alla tolleranza. Questo invito è sempre insufficiente ed equivocato. Manca qualcosa di più radicale, che è l’appello alla solidarietà con gli altri. Manca soprattutto la sfida a essere noi stessi gli altri.

La terza prigione è quella di un pensiero senza specchio.

Non pensare è la peggiore delle prigioni. Soprattutto nel momento in cui rinunciamo al pensiero critico. La maggior parte delle nostre opinioni non è nostra, la maggior parte delle nostre idee è nata molto prima che noi nascessimo. Sono opinioni fondate su un sistema vecchio e invecchiato di credenze e percezioni. Alcune di queste percezioni esistono da secoli. Sono il risultato della nostra difficoltà ad affrontare la diversità e la complessità dell’universo. Viviamo sotto il dominio di sofisticate tecnologie. Ma le nostre paure sono le stesse che avevamo nel Medioevo.

Uno dei pilastri del nostro pensiero è per esempio la dicotomia manichea, quel modo semplice e immediato di separare i “buoni” dai “cattivi”. Questa separazione delle acque comincia fin dall’infanzia. L’ho imparato con i miei figli e con i miei nipoti. Per capire una storia, il bambino vuole sin dall’inizio sapere chi sono i buoni e i cattivi. Questa distinzione è altrettanto vitale della lingua stessa in cui la storia è raccontata. La storia diventa leggibile solo allorché si piega a questa formattazione elementare. È un ordinamento dualistico che ci accompagna per tutta la vita. Meno capiamo, più giudichiamo.

Le storie e le poesie rivelano quanto siano contingenti le scelte di ogni essere umano La letteratura può aiutarci a capire gli altri senza la necessità di un giudizio precostituito.

Una poesia di Fernando Pessoa dice così:

Non basta aprire la finestra

per vedere la campagna e il fiume.

Non basta non esser ciechi

per vedere gli alberi e i fiori.

Bisogna anche non avere nessuna filosofia.

Con la filosofia non ci sono alberi; ci sono solo idee.

C’è solo una finestra chiusa e tutto il mondo fuori.

E un sogno di ciò che potrebbe esser visto

se la finestra si aprisse,

che mai è quello che si vede quando la finestra si apre.

Tutta l’opera di Pessoa, tutta la poesia è in fondo un’esaltazione della conoscenza come esaltazione di un eterno primo incontro.

La prigione della paura – la diffidenza verso la differenza.

Ci hanno insegnato sin dall’infanzia ad aver paura degli sconosciuti. Ci parlavano della terribile minaccia di entità estranee, di mostri senza nome e fantasmi senza volto. Quei mostri e quei fantasmi riaffermavano l’antico inganno secondo cui siamo più al sicuro in ambienti che riconosciamo. Ingenuamente crediamo di essere più protetti solo perché non ci avventuriamo oltre le frontiere della nostra lingua, della nostra cultura, del nostro territorio. In realtà la maggior parte delle violenze domestiche sono state praticate non da estranei, ma da parenti e conoscenti.

La costruzione della paura ha un obiettivo: renderci addomesticabili, farci accettare l’intervento di una specializzata cavalleria di eroi. Remissivi, rassegnati e in silenzio. È così che ci dicono di stare. Il mondo è in pericolo, viviamo in una situazione di emergenza, subiamo una specie di coprifuoco obbligatorio consentendo a restrizioni della nostra libertà e della nostra privacy. Senza rendercene conto siamo stati trasformati in soldati di un esercito senza nome. Come militari senza divisa non facciamo più domande e non discutiamo ragioni. Sorvoliamo sulle questioni di etica, giacché è provata la barbarie degli “altri”. Siamo tutti davanti all’entrata di un aereo senza volo, in un aeroporto chiamato Mondo. In nome della nostra sicurezza ci ordinano di toglierci le scarpe e di sbarazzarci di una bottiglietta d’acqua. E insieme all’acqua se ne va una parte della nostra anima.

Dicono che viviamo in un villaggio globale. C’è bisogno di molta fede per credere a una simile metafora. Quella che abbiamo oggi è una geografia globalizzata della paura. Il cosiddetto “villaggio globale” non è un villaggio e non è globale. Ed è un bene che sia così. È un bene che questo nostro mondo mantenga la sua diversità di popoli, culture, lingue e religioni. Purtroppo la mondializzazione è imposta da soggetti il cui obiettivo principale è appropriarsi delle risorse e perpetuare i conflitti. Quel che un tempo era ideologia è diventato credenza, quel che era politica è diventato religione, quel che era religione si è trasformato in strategia di potere.

Continuano a dirci che, per contrastare le minacce domestiche, abbiamo bisogno di più polizia, di più carceri, di più sorveglianza privata e meno privacy. Per affrontare le minacce globali abbiamo bisogno di più eserciti, di più servizi segreti e della temporanea sospensione dei diritti di cittadinanza. Sappiamo tutti che la strada giusta deve essere un’altra. Sappiamo tutti che quest’altra strada dovrebbe partire dal desiderio di conoscere meglio coloro che, da una parte e dall’altra, abbiamo imparato a chiamare “loro”.

La letteratura continuerà a essere un’arma contro questa logica di produzione di  paure e di fantasmi. Perché la letteratura cerca la persona umana al di là degli stereotipi. La letteratura cerca la singolarità di ogni essere umano. Laddove gli altri vedono razze, credo, nazionalità, la letteratura identifica una persona con la sua storia, unica e singolare.

Cari amici,

ricorro un’ultima volta al mio nipotino Gabriel. Un giorno passeggiavamo in campagna, quando, all’improvviso, un serpente ci attraversò la strada. Il bambino non si spaventò molto. Guardò il serpente e disse:

- Guarda quella bestia, ha solo il collo.

Il nostro Tempo oggi è una bestia che ha solo il collo. Gli hanno mangiato la testa e la coda. Questa doppia amputazione è stata praticata dalla società dell’effimero in cui viviamo: tutto nasce transitorio, tutto nasce moribondo, in attesa che arrivi la nuova versione, più rapida, più leggera, più aggiornata. Viviamo in un regno dove tutto è immediato e simultaneo, tutto è veloce e vorace. L’impero dell’istantaneo ha detronizzato l’ieri come qualcosa di condannato, alla nascita, a essere obsoleto e da buttar via. Il mercato ci ha imposto un altro Tempo, un Tempo di consumo, un Tempo che consuma se stesso, accecato da una brama di velocità.

Ci lamentiamo di non avere tempo per fare niente. Non abbiamo, per esempio, tempo per leggere un buon libro. Ma non è di più tempo che abbiamo bisogno. Quello che ci serve è un tempo che sia nostro. Non è una questione di quantità, ma di padronanza. Saremo padroni della nostra Vita se sapremo riconquistare un’antica intimità con il Tempo.

La vera domanda non è che cosa può fare la letteratura. Ma è che cosa possiamo fare noi per conservarci autori di una narrazione che dovrebbe renderci più umani, più collettivi e solidali.

La letteratura da sola non può salvare il mondo. Ma può mantenere vivo il desiderio e l’utopia del cambiamento. La letteratura farà nel futuro ciò che ha sempre fatto: creare un mondo in stato d’infanzia. Quel mondo sarà un giorno la casa in cui sentiremo le voci e i passi di coloro che pensiamo non stiano più con noi.

(traduzione di Vincenzo Barca)

by: Mia Couto

OS QUE NÃO MORRERAM

Eu tinha sete anos quando vi o meu pai chorar pela primeira vez. Ele acabava de receber uma carta dizendo que o nosso avô tinha falecido em Portugal. Ainda muito novos, os meus pais foram obrigados a exilar-se em Moçambique. Nunca conhecemos os parentes que residiam em Portugal. Mas a verdade é que nosso avô sempre viveu em nossa casa, em Moçambique. Estava presente por via das histórias que nós, os filhos, escutávamos.

Sentados na cabeceira da nossa cama, todas as noites os meus pais faziam-nos viajar por terras e gentes distantes. Por isso, sem o nunca termos visto, o avô era um habitante da nossa casa. Nós sentíamos os seus passos, conhecíamos a sua voz, adivinhávamos os seus silêncios.

No dia da triste notícia, pensei que era a minha vez de consolar o meu pai. Ele estava deitado na sua cama. Nunca antes o tinha visto tão deitado. E nunca antes aquela cama me parecera tão grande. Sentei-me a seu lado e perguntei:

-    Pai, o avô morreu de verdade?

E ele respondeu:

-    O teu avô morreu lá, nesse outro lado. Aqui, ele permanece vivo.

Não havendo ausência, não havia necessidade de luto. Simplesmente, os nossos mortos esqueciam-se de sair da Vida. No escuro da noite, nunca mais deixei de escutar os suaves passos do nosso avô.

Como todos os exilados, os meus pais fundaram uma família como se fosse uma pátria. Como todos os que vivem longe. eles inventavam memórias como se fossem barcos. Entoavam canções, recitavam poemas e criavam fábulas. O que me fascinava não era exatamente o conteúdo dessas histórias. Na realidade, não me recordo de nenhuma delas. O que não posso esquecer é do encantamento que produziram. O que recordo é o momento sublime de ter o meu pai ou a minha mãe inteiros só para mim. O que  recordo é a paixão com que inventavam essas doces mentiras. Mas é a esse encantamento que regresso sempre que escrevo.

A casa onde nasci, a casa onde o meu pai chorou, a casa da minha infância, permanecem vivas dentro de mim. (É muito curioso como nos referimos à nossa casa de infância. Dizemos “a minha casa” como se nela continuássemos morando a vida inteira).

O que importa aqui dizer é o seguinte: eu e a casa somos feitos da mesma matéria. Somos feitos de histórias.

Relembro estes tempos que foram os meus, para falar do tema que nos traz a Roma. Afinal, as histórias são a matéria da literatura. Só saberemos o que a literatura tem que fazer, quando soubermos de que materiais a literatura é feita. Não creio que se possa pedir à literatura aquilo que se pede ao candidato a um emprego: experiência profissional e habilitações académicas. Talvez a  literatura esteja à margem dessa funcionalidade. Talvez a literatura sejamos nós mesmos à procura dessa casa onde ninguém morre.

Enquanto preparava esta intervenção recordei-me de certa vez que foi convidado para falar, num Congresso no Rio de Janeiro, sobre a origem e o destino do Teatro. Fiquei em pânico. Não sou um dramaturgo e não tenho credenciais em artes cénicas. Às pressas, tentei encontrar alguma improvisada competência. E li muito (e muito depressa) livros sobre a origem do teatro. E logo percebi que o assunto era terrivelmente polémico, com teorias divergindo sobre o centro histórico onde nasceram as primeiras formas de representação teatral. As teses iam desde Roma à Grécia, desde a China à Índia, desde África ao Japão. Estava nesta aflição quando, já na véspera da Conferencia, o meu neto Gabriel, que na altura tinha 3 anos, entrou no meu quarto e proclamou: “Já não sou o Gabriel ! Eu agora sou tu. E tu, tu não és o Mia. Tu és o Gabriel.” E depois deu ordens: agora, vamos brincar às pessoas!

Na início, confesso, hesitei em me juntar àquela brincadeira. Talvez eu tivesse medo daquela absoluta instauração do caos. Mas acabei cedendo. E tornei-me cúmplice de uma fabricação de enganos, deixando-me dissolver por essa ausência de mim mesmo. Aquela incursão do meu neto Gabriel salvou a minha intervenção no Congresso do Rio de Janeiro. Estava ali, afinal, a origem do teatro: um simples brincar de sermos outros.

Gabriel não tem ideia de quanto me ajudou. Não apenas naquela situação concreta. Mas quanto me ajudou a entender a mim mesmo. O que me comoveu foi a intensidade do momento vivido, a absoluta verdade com que aquele menino se sonhou e viajou para outra existência. Brincar, todos sabemos, é tão essencial como dormir, comer ou respirar. Mas brincar não é apenas uma actividade. É uma espécie de intoxicação, um vício de que nunca mais se recupera. Enquanto brinca, a criança entra numa espécie de estado de êxtase. Este transe cria nela um primeiro doping. Esse vício nasce de uma experiência de plenitude, de uma experiência que poderíamos chamar de contacto com o sagrado.  É nessa vivência sem tamanho que começa a literatura. É aqui que começam todas as artes.

É verdade que nós, já adultos, continuamos fantasiando. A diferença é que estamos menos disponíveis para nos deixamos possuir pela fantasia. A diferença é que já não ficamos encantados senão em momentos socialmente autorizados.

Perdemos essa habilidade que não é apenas do Gabriel mas da nossa própria infância.  Todos os meninos do mundo se inventam outros, e transitam com a mesma facilidade para outras vidas. Todos são escritores sem escrita, contadores de uma história que estará sempre por contar. Todos estão trabalhando no sério tema deste Festival: o que falta à literatura fazer?

Esta pergunta é tão séria como aquelas que se fazem aos noivos na cerimónia de casamento. E ela, a pergunta, faz lembrar aquilo que pode distinguir um sábio jovem de um sábio velho. O jovem quer ser o primeiro de todos a responder. O sábio velho demora tanto tempo a responder que, no fim, já ninguém se lembra da pergunta.

Na verdade, não se pode falar da literatura sem falar do contexto mundo em que ela está sendo produzida. É difícil pensar a literatura quando o mundo e o tempo em que tudo se tornou mediato e descartável.

Pouco restará à literatura fazer, se prevalecerem as leis do Mercado e as editoras e as livrarias investirem apenas nos chamados “best-sellers”. Restará muito pouco o critério de publicação se centrar nos livros de auto-ajuda, e nas miraculosas receitas de como podemos ter corpos belos, magros e eternos. Aos jovens que batem à porta da literatura pergunta-se se querem ter sucesso e serem famosos. E se podem ajudar a grande máquina que devora criatividade e regurgita mercadoria. Todos os jovens autores que estiverem preocupados com a busca de uma voz que seja original terão que esperar na longa fila do silêncio e do anonimato.

O que se pode fazer, então ? Não tenho uma resposta. Mas tenho uma declaração de fé, e essa fé é maior que a minha própria esperança.

Numa conferência realizada aqui na Itália, José Saramago falava da escrita como uma viagem entre a estátua e a pedra. Não importa que seja a estátua que se torna pedra, ou que seja a pedra que é burilada em estátua, a verdade é que a palavra do escritor oscila entre o escopro e o lento esculpir da água e do tempo. Haja, pois, esperança e tempo. E a literatura cumprirá a sua missão.

Os grandes vilões do nosso tempo parecem estar identificados: os regimes de ditadura, os fundamentalismos políticos e religiosos, as sociedades determinadas pelo lucro e pelo efémero. Pensamos os nossos inimigos como entidades que nos são externas. Mas existem prisões que moram dentro de nós, que estão para além de circunstâncias de lugar ou de tempo. São estas essas invisíveis prisões que a literatura continuará a enfrentar.

Escolhi falar aqui brevemente sobre quatro dessas correntes que nos aprisionam a alma.

A primeira prisão – a chamada  “realidade”

A ideia da “realidade” não é apenas uma prisão. É uma ditadura. A chamada “realidade” actua como a grande fiscalizadora do nosso pensamento. Esta sentinela toma o nome de “razão” ou de “bom-senso”. Aquilo que nos dizem ser a “realidade” é a produção ficcional dos poderosos. Essa narrativa é um convite à resignação. O que esse discurso nos sugere é que a miséria e fome e a guerra fazem parte de uma incontornável realidade.

A literatura pode questionar esta resignada aceitação. Desde sempre a literatura desarrumou os limites do razoável. O que os escritores sempre fizeram foi contrabandear entre o possível e o impossível. E é isso que a literatura terá ainda que fazer.

A segunda prisão – uma identidade pura e única

As identidades são sempre transitórias, plurais e precárias. O problema é que elas são quase sempre vividas como eternas e definitivas. A ideia de pertença a uma única e pura identidade é talvez uma das prisões mais subtis do nosso tempo.

A urgência de identidade é hoje reforçada por um discurso político que precisa de criar inimigos naqueles que não possuem a “mesma” identidade.

A brincadeira do meu neto é já uma resposta contra a imposição de uma identidade simples e de uma narrativa única. A escrita devolveu-me a liberdade de poder viajar pelos outros. Deu-me a felicidade de ser outros. Na realidade, de pouco vale escrever ou ler se não reacordarmos em outros corpos, outras vozes, outros tempos. A literatura poderá manter acesa essa disponibilidade para escutarmos outras vozes e nos deixarmos habitar por outras lógicas. Tornou-se hoje comum o apelo à tolerância. Esse apelo é sempre insuficiente e equivocado. Falta algo mais radical que é sermos solidários com os outros.  Falta, sobretudo, o desafio de sermos os outros.

A terceira prisão – um pensamento sem espelho

Não pensar é a pior das prisões. Mas o próprio pensamento pode ser uma prisão. Sobretudo, quando abdicamos de pensar criticamente o pensamento. A maior das partes nossas opiniões não é nossa. A maior parte das nossas ideias nasceram muito antes de nós nascermos. Essas opiniões são fundadas num sistema velho e envelhecido de crenças e percepções. Algumas dessas percepções possuem séculos de existência. Resultam da nossa dificuldade em lidar com diversidade e complexidade do universo. Nós vivemos num tempo dominado por sofisticada tecnologias. Mas a partir dos nossos medos são os mesmos da Idade Média.

Um dos pilares do nosso pensamento é, por exemplo, a dicotomia maniqueísta, esse modo simples e imediato de separar os “bons” dos “maus”. Essa divisão de águas começa logo na infância. Também aprendi isso com os meus filhos e os meus netos. Para entender uma história, a criança quer logo à partida saber quem são os bons e quem são os maus. A história só se torna legível quando ela se subordina a essa formatação básica. Essa arrumação dualista fica em nós para toda a vida. Quanto menos entendemos, mais julgamos.

As histórias e os poemas revelam como são plurais e contingentes as escolhas de todos os seres humanos. A literatura pode ajudar a entender os outros sem a necessidade de um antecipado juízo.

Fernando Pessoa tem um poema que diz o seguinte

Não basta abrir a janela

Para ver os campos e o rio.

Não basta não ser cego

Para ver as flores e as árvores

É preciso também não ter filosofia nenhuma.

Com filosofia não há árvores: há ideias apenas.

Há só uma janela fechada, e todo o mundo lá fora.

E há um sonho do que se poderia ver

Se a janela se abrisse

E que nunca é o que se vê quando se abre a janela

Toda a obra de Pessoa, toda a poesia é, afinal, uma exaltação do conhecimento como a exaltação de um eterno primeiro encontro.

A prisão do medo – a desconfiança na diferença

Ensinaram-nos, desde a infância, a temer os desconhecidos. Falavam-nos da eminente ameaça de entidades exteriores, de monstros sem nome e fantasmas sem rosto. Esses monstros e fantasmas reproduziam o velho engano de que estamos mais seguros em ambientes que reconhecemos. Ingenuamente acreditamos que estamos mais protegidos apenas por não nos aventurarmos para além da fronteira da nossa língua, da nossa cultura, do nosso território. Na realidade, a maior parte da violência doméstica sempre foi praticada não por estranhos, mas por parentes e conhecidos.

A fabricação do medo tem um fito: tornar-nos domesticáveis, fazermos aceitar a intervenção de uma especializada cavalaria de heróis. Sejamos submissos, calados e resignados. É isso que nos dizem. O mundo está em perigo, vivemos uma situação de exceção, enfrentamos uma espécie de recolher obrigatório com consentidas restrições à liberdade e à privacidade. Sem darmos conta, fomos convertidos em soldados de um exército sem nome. Como militares sem farda deixamos de fazer perguntas e de discutir razões. Asquestões de ética são esquecidas porque está provada a barbaridade dos “outros”. Estamos todos à entrada de um avião sem voo, num aeroporto chamado Mundo. Em nome da nossa própria segurança, nos mandam tirar os sapatos e deitar fora uma garrafinha de água. E junto com a água vai uma parte da nossa alma.

Vivemos, dizem, numa aldeia global. É preciso muita fé para acreditar nessa metáfora. O que temos hoje é uma globalizada geografia do medo. A chamada “aldeia global” não é nem aldeia nem global. E ainda bem se assim é. Ainda bem que este nosso mundo mantem a sua diversidade de gentes, culturas, línguas e religiões. Infelizmente, o nosso espaço foi mundializado por entidades cuja principal função é a apropriação de riqueza e eternização de conflitos. O que antes era ideologia passou a ser crença, o que era política tornou-se religião, o que era religião passou a ser estratégia de poder.

Eis o que nos dizem: para superarmos as ameaças domésticas precisamos de mais polícia, mais prisões, mais segurança privada e menos privacidade. Para enfrentar as ameaças globais precisamos de mais exércitos, mais serviços secretos e a suspensão temporária da nossa cidadania. Todos sabemos que o caminho verdadeiro tem que ser outro. Todos sabemos que esse outro caminho começaria pelo desejo de conhecermos melhor aqueles que, de um e do outro lado, aprendemos a chamar de “eles”.

A literatura continuará a ser uma arma contra esta lógica de produção de medos e fantasmas. Porque a literatura procura a pessoa humana para além do estereótipo. A literatura busca a singularidade de cada ser humano. Onde outros veem raças, credos, nacionalidades, a literatura identifica uma pessoa com a sua história única e singular.

Caros amigos

Recorro uma última vez ao meu neto Gabriel. Um dia destes passeávamos os dois pelo campo quando, de repente, uma cobra atravessou o nosso caminho. O menino não ficou muito assustado. Olhou para a cobra e disse:

-      Olha aquele bicho que só tem pescoço.

O nosso Tempo é hoje um bicho que só tem pescoço. Comeram-lhe a cabeça e a cauda. Essa dupla amputação foi praticada pela sociedade do efémero em que vivemos: tudo nasce transitório, tudo nasce já morrendo, à espera que chegue a próxima versão, mais célere, mais leve, mais atualizada. Vivemos num reino onde tudo é imediato e simultâneo, tudo é veloz e voraz. O império do “instantâneo” destronou o  dia de ontem como algo condenado, à nascença, a ser obsoleto e descartável. O mercado impôs-nos um outro Tempo, um Tempo de consumo, um Tempo que a si mesmo se consome, obcecado pelo apetite da velocidade.

Lamentamo-nos que não temos tempo para nada. Não temos, por exemplo, tempo para ler um bom livro. Mas nós não precisamos de mais tempo. Precisamos, sim, de um tempo que seja nosso. Não é uma questão de quantidade, mas de soberania. Seremos soberanos da nossa própria Vida se soubermos reconquistar uma antiga intimidade com o Tempo.

A verdadeira pergunta não é aquilo que a literatura pode fazer. Mas é o que nós podemos fazer para nos preservamos autores de uma narrativa que nos devia fazer mais humanos, mais colectivos e solidários.

A literatura sozinha não pode salvar o mundo. Mas ela pode manter vivos o desejo e a utopia da mudança. A literatura fará no futuro o que sempre fez: criar um mundo em estado de infância. Esse mundo será um dia a casa em que escutaremos as vozes e os passos daqueles que pensamos não estarem mais connosco.

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