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XIII edizione del festival Roma - Ognuno ma proprio ognuno è il centro del mondo

di: Robert McLiam Wilson

A ventun anni avevo già ucciso undici persone.

La maggior parte dei ragazzi festeggia il suo ventunesimo compleanno pensando con allegria o sentimentalismo al numero di persone con cui è andata a letto. Io invece stavo seduto da solo nel giardino di mia madre, a bere birra scadente e a contare il numero di persone che avevo ucciso. O meglio, il numero di persone che riuscivo a ricordare di aver ucciso. Era giunto il momento di farlo.

Venticinque minuti dopo, il mio patrigno arrivò a casa ubriaco e, mi spiace dirlo, non riuscii a trattenermi. Mi rilassai e mi lasciai andare.

Prevedibilmente, il mio patrigno era uno lento di comprendonio. Questa cosa mi ha sempre dato sui nervi. Anche dopo i primi colpi, cercava ancora di ridere. Cercava ancora di dare un senso a quel che gli stava accadendo. Come se fosse una cosa normale. Avrebbe dovuto stupirsi della mia forza, della mia velocità, della mia fatale superiorità. Probabilmente non aveva mai visto la mia ira. Non la vede mai nessuno.

Ma poi, quando gettò l’occhio su tutto quel sangue, cominciò vagamente a capire. Cominciò a gemere.

Fu facile e veloce (lo è quasi sempre). Il vigore o la forza che il mio patrigno avrebbe potuto possedere non avrebbe fatto alcuna differenza – non aveva mai fatto alcuna differenza prima di allora. Quell’azione aveva tutte le caratteristiche, le componenti e i colori che l’atto di uccidere sembra sempre avere. Ma anche qualcosa in più. Fu, stranamente, imbarazzante.

Feci la doccia con le lacrime agli occhi, evitando lo specchio del bagno come un amante timido. Mi cambiai i vestiti e scesi al piano di sotto fingendo indifferenza. Presi un’altra birra e andai in giardino come se non fosse successo niente.

Non era ancora morto. Il suo cranio era meno sfondato di quanto pensassi. Dal rumore del suo respiro capii che stava per compiere il viaggio più lungo: stava respirando il suo sangue.

Era già quasi mezzanotte.

Mi accasciai accanto a lui e lo guardai morire.

A volte – credetemi, lo dico senza ironia – a volte mi piace pensare a quei giorni innocenti. Prima che tutta l’orrida violenza avesse davvero inizio.

A ventun anni avevo già ucciso undici persone. Da allora ne ho  uccise molte altre.

*

Con il passare degli anni, mi sento sempre più esasperato dalla smisurata ignoranza che il mondo occidentale nutre nei confronti dell’antico sport dell’omicidio. Si potrebbe pensare che sia per via di una mancanza di attenzione, ma niente è più lontano dalla verità. Le nostre culture sono schiacciate da una sterminata mole di resoconti su serial-killer, crimini sessuali, stragi terroristiche, delitti mafiosi.

Avete mai visto un film in cui non viene ucciso nessuno? Un divo del cinema senza una pistola in mano? L’omicidio ha fatto breccia nello spettacolo da decenni. Ora sta penetrando anche nelle commedie romantiche, nei film sentimentali e strappalacrime. I notiziari grondano di feriti e di morti violente. La storia non è altro che una tragedia intrisa di sangue.

Non possiamo negare che di omicidi ce ne siano un bel po’.

Eppure è tutto completamente sbagliato.

Quanti lavavetri ci sono nel mondo? Centinaia di migliaia? No. Milioni. Perché ci sono miliardi di maledette finestre. Quanti assassini? Non così tanti, potrei giurarci. Eppure quanti film avete visto sui lavavetri? Quanti libri avete letto scritti da lavavetri? Da questo punto di vista, noi assassini non possiamo certo lamentarci di essere ignorati o emarginati. Né, francamente, di non piacere. Ci amate. La gente vuole sapere cosa si prova a essere un assassino. Come ci si sente a uccidere qualcuno.

Sfortunatamente, questo appetito del pubblico, questo genere così diffuso, incoraggia molti dei nostri assassini più balbettanti e stonati a contribuire con il loro granellino a far crescere la montagna della morticultura. Sono ogni anno migliaia i libri e i film sfornati da persone che sanno davvero cosa vuol dire uccidere qualcuno.

Eppure, sono tutti sbagliati.

Mi dispiace dirlo, ma la maggior parte di chi come me coltiva la professione (non riesco a chiamarli colleghi) dell’arte o della scienza dell’omicidio sono davvero molto stupidi. Sotto ogni aspetto, i killer tendono a essere profondamente limitati. Sono totalmente privi di visione.

Per favore, non chiedetemi perché ho ucciso. Non c’è un perché. C’è solo un come. O dove. Quando. Con che cosa. Una volta ho letto che non esistono domande stupide. Non sono molto d’accordo. Ce ne sono a milioni e iniziano tutte con perché. Perché è sicuramente la domanda che trova più spesso risposte non veritiere. Chiedere perché equivale a dire: mentimi, mentimi a lungo e fino in fondo.

Sarebbe infinitamente meglio chiedere chi. La risposta è facile.

Uccido chi è stupido, maleducato, cafone, violento, arrogante, sconsiderato, vendicativo, malvagio, volgare, ma soprattutto stupido. Ho ucciso un sacco di gente stupida. È sicuramente la categoria più a rischio. Ho ucciso i violenti. Ho ucciso i malvagi. Ho anche ucciso i presuntuosi e gli scortesi. Curiosamente, però, potete rubarmi la macchina, svaligiarmi la casa o prendermi il portafoglio, e non farò nulla. Spesso il punto cruciale è semplicemente la mancanza di considerazione. Sarebbe molto sciocco da parte vostra comportarvi in modo sconsiderato in mia presenza. Meglio essere gentili con le cameriere quando mi trovo lì intorno. Eviterei anche di sputare davanti a me. E di essere miei vicini di casa rumorosi. O vicini di mia madre. O di chiunque io abbia conosciuto o incontrato per strada.

Sappiamo tutti chi sono quelli che uccido. Li vediamo ovunque. Li sentiamo tutto il giorno (non sono forse sempre così maledettamente rumorosi?). Nemmeno a voi piacciono. Nessuno li vuole. Sono gli Uomini Scimmia.

Sporcando il nostro mondo. Più che esseri umani sono una qualche forma di anomalia genetica, un inciampo evolutivo, il prodotto di scarto della specie. Io correggo semplicemente questo errore grossolano. Sono il Grande Correttore.

L’idea dell’omicidio come igiene potrebbe mettervi a disagio. Lo so, non è un’idea che la storia abbia trattato particolarmente bene. Ma sareste davvero antiquati a pensarla in questi termini. In realtà, è un’idea molto moderna. Ricordo come ero emozionato quando l’espressione “pulizia etnica” è diventata d’uso comune. Ho avuto la sensazione che una parte inesplorata di me fosse stata scoperta e finalmente denominata, anche se non con estrema precisione. Mi sono sentito stranamente riconosciuto, curiosamente vendicato.

In effetti, ciò che faccio mi ricorda proprio la pulizia. Come la pulizia, è spesso sgradevole, a volte abbastanza disgustosa e mai veramente piacevole. Ma, come la pulizia, dà sempre soddisfazione. Se dovessi cercare di descrivere l’atto di uccidere con sincerità e precisione, direi che è un po’ come lavare i piatti.

Ho 33 anni. Sono sposato. Non ho figli. Sono (e la cosa mi fa ancora ridere dopo tutti questi anni) un assistente sociale. Non sono mai stato arrestato, interrogato o anche solo sospettato dalla polizia. Non ho commesso nessun altro tipo di reato. Sono un essere umano del tutto rispettabile.

Solo due persone sanno che ho ucciso.

Una di loro è mia moglie.

Negli ultimi vent’anni non ho dormito bene una sola notte. Questa è l’unica cosa in cui Shakespeare ha visto giusto. Sono sicuro che Macbeth ha ucciso il sonno. Non vi parlerò dei miei sogni. Meglio non avere in testa cose del genere. È un peccato però, perché sarebbe la prima volta che non vi annoiereste ascoltando i sogni di un altro. Ma non lo farò. I miei sogni spaventano a morte anche me! In un impeto di indescrivibile, indimenticabile collera, una volta strappai a mani nude buona parte di un volto umano dal cranio. Senza pensarci due volte. Credete che vi gioverebbe ascoltare gli incubi di uno come me?

Non ho mai provato rabbia nell’uccidere qualcuno. Anche se non ho mai ucciso senza il potente aiuto dell’ira. Non c’è contraddizione. Non vedo il paradosso che, lo so, vi colpisce. Gli assassini tra di voi mi capiranno. Ira, sì. Rabbia, no. I killer tendono a essere pedanti.

Gli esseri umani, tra le numerose virtù degne di nota, hanno quella di saper contenere l’ira con eleganza ed efficacia. Per molti l’ira è un’emozione che dopo un po’ si dissolve. Per me no. Raccolgo e coltivo la mia ira. La uso per nutrire e innaffiare il prezioso giardino della mia personalità. Tutta la mia violenza è irrigata, fecondata dai cumuli dell’ira del passato.

Perché l’ira è l’incantesimo più potente. Penso che l’ira abbia una qualche componente sacra, un tocco di santità. Ed è questa la vera spiegazione di tutti i leggendari poteri degli eroi mitici, e anche degli Dèi. Si potrebbe dire che noi assassini esistiamo fin dalla creazione della letteratura stessa. La letteratura è il vostro modo di descriverci. La metafora è il modo in cui Omero ha reso il sociopatico.

La psicologia non è certamente migliore. Molti teorici sostengono che l’uomo abbia solo due emozioni primordiali – la vergogna e l’ira. Quasi tutti gli assassini seri sanno che vergogna e ira sono la stessa emozione. Un’emozione così bella che le hanno dato due nomi.

Uccidere è come un’università prestigiosa. Insegna cose che non si possono imparare in nessun altro luogo. Mi ha insegnato tutto della compassione e della paura. Tutto.

Per farla breve, ho imparato che l’odio, l’ira e il disprezzo non sopravvivono alla vista del cadavere. Dopo che hai ucciso, il cadavere suscita sempre una qualche forma di compassione. Non si può fare a meno di trattare i resti di un essere umano con uno strano e inatteso rispetto. Non importa con quanta forza si sia stati preda dell’ira. Privato dell’anima scimmiesca che l’ha lasciato, il cadavere acquista infine una dignità umana. Non saprei dire quante volte mi sono commosso davanti al corpo martoriato di una persona che avevo appena ucciso. Anche se mi aveva terribilmente irritato.

In questo senso i cadaveri somigliano stranamente ai bambini. Nessuna persona matura può provare antipatia per loro. Nessuna depravazione che intervenga nell’età adulta riuscirà a intaccare lo scintillio dell’assoluta innocenza di un bambino. C’è una famosa fotografia di Hitler da bambino. Capelli lucidi e nerissimi, occhi luminosi e una prevedibile espressione seria. È maledettamente adorabile, questo Hitler bambino. Ironicamente e indubitabilmente, da bambino Adolf era carino. I morti sono un po’ così. Non si riesce a biasimarli.

Come ci si può aspettare, ho anche imparato qualcosa sulla paura. In un certo senso sono un ricercatore, uno scienziato della paura.

Dovrei convocare una conferenza stampa. Ho scoperto che abbiamo quasi dimenticato come avere paura nel modo giusto. Per migliaia di anni la nostra specie ha coltivato una vigilanza paranoica. Rannicchiati in grotte puzzolenti, vestiti di pelli di coniglio, guaivamo nel buio nascondendoci dai mostri irsuti e dalle stelle malvagie. Tutto ci spaventava.

Questo ci ha reso intelligenti.

Ma ora, dopo qualche decennio di riscaldamento centralizzato, servizi igienici in casa e il cosiddetto Stato di diritto, ci siamo rilassati. Ci siamo raffreddati. Siamo arrivati a pensare che il nostro mondo sia sostanzialmente gentile, fondamentalmente amichevole e benevolo. Ora pensiamo che la paura debba essere solo una reazione a cose spaventose. Questo è un errore tremendo.

La paura non dovrebbe mai essere un’emozione contingente. La giusta collocazione della paura è globale. Universale. Cosmica. Bisogna aver paura di tutto, sempre e comunque. Non ci si deve rilassare quando una minaccia sembra essere passata. Nella storia nessuna minaccia è mai passata. Magari si prende una pausa, ma poi torna sempre. Ad esempio, il muro di Berlino viene buttato giù e la gente non ha più paura delle armi nucleari. Che diavolo gli prende? Mi sono perso qualcosa? Qualcuno ha trovato una cura per le armi nucleari? Siete infantili. Svegliatevi. Guerra mondiale e inverno nucleare? Arriveranno dalle vostre parti molto presto. La peste bubbonica? Sarà qui a breve. La cosa peggiore in assoluto? È imminente. Quasi tutti i giorni tengo gli occhi aperti per guardarmi dai draghi.

L’unico uomo veramente intelligente che ho ucciso sembrava capirne qualcosa. Mentre lo uccidevo (in parte strangolandolo, in parte fratturandogli il cranio), continuava a chiedermi perché. Verso la fine, con quel poco di fiato che gli era rimasto, guardandomi in faccia mi ha chiesto perché stessi piangendo. Devo ammettere che ho quasi avuto un infarto. Sono rimasto colpito dal fatto che riuscisse a vedere qualcosa attraverso quella spessa maschera di sangue e carne. Stavo, come è mia abitudine, singhiozzando convulsamente per la pietà e per l’odio. La sua domanda mi aveva molto sorpreso.

Allora mi sono fermato per un attimo e l’ho guardato. Mi sono leccato le labbra, sentendo il gusto del suo sangue. Ho tossito con una certa solennità e ho risposto.

“Soffro l’euforia malinconica della perfezione senza testimoni”, gli ho detto.

Ha sbarrato gli occhi. È diventato rigido e blu. Dei capelli gli sono caduti proprio davanti a me. Lo giuro. Dei ciuffi interi. Era un ragazzo intelligente e aveva capito la mia risposta. Aveva sentito che la sua testimonianza non poteva certo contare. Sapeva di non aver più nessuna importanza. Nonostante fosse presente. Perché era già morto. Non era più realmente lì.

È stato un grande momento per lui. Ne ho visti molti di momenti così, ma quello è stato il più intenso. Veramente pochi di loro capiscono cosa gli sta succedendo. Veramente pochi si rendono conto che stanno per morire. Sono intrappolati nella follia della lotta, nella stupidità dello scontro. Prigionieri dell’idea che hanno tutti gli esseri viventi, e cioè che la vita continuerà. Quasi nessuno riesce a capire che è già morto. Che io non combatto. Che sto semplicemente uccidendo.

L’ho guardato con interesse e una certa simpatia. A questo punto uno scrittore direbbe che quell’uomo è andato in un luogo oltre la paura. Ed è per questo che non bisogna mai, mai fidarsi degli scrittori. Sono degli idioti. Credete a me. Ero lì. Ho visto, ho annusato, ho sentito. Ho imparato. Questo poveretto mi ha insegnato che non esiste un luogo al di là della paura. C’è solo ancor più paura, forse una paura sconfinata. Un terrore senza amore e senza fine.

Devo ammettere che mi ha spaventato a morte. L’ho finito in fretta, con un certo imbarazzo.

Non è facile essere me.

È interessante. Ma non per questo facile.

(Traduzione di Luisa Leone)

by:  Robert McLiam Wilson

Captain Tense and the monkeyman

By the time of my twenty first birthday, I had murdered eleven people.

Most boys might mark their twenty first birthday with a gleeful or sentimental audit of the number of people they had slept with. Me, I sat alone in my mother’s garden, drinking a single bottle of weak beer and counting the number of people I had killed. Or rather, counting the number of people I could remember killing. It was time I did.

Twenty five minutes later, my stepfather came home drunk and I’m sorry to say, I just gave into it. I relaxed. I just let myself go.

Predictably, my step-father was one of the ones who were very slow to understand. I always found that rather upsetting. Even after the first few blows, he was still trying to laugh. Still trying to see an event that he could understand. Something normal. He should have been amazed at my strength, my speed, my fatal excellence. He could never have seen my rage. No one ever sees that.

But then, when he caught his first few glimpses of the mass and quantity of his own blood, he began to mistily comprehend. He began to mourn.

It was quick and easy (it’s mostly quick and easy). Any vigour or strength he might have possessed would have made no possible difference – it had never made any difference before. The event had all the usual characteristics, components and colours that the act of killing always seems to have. But it had something extra. It was, weirdly, embarrassing.

I showered tearfully and avoided the bathroom mirror like a bashful lover. I changed my clothes and tripped downstairs in a burlesque of carelessness. I grabbed another beer and headed out to the garden like I had nothing to expect.

He was not quite dead. His skull was less completely crushed than I had thought and I could tell by the sound of his breathing that he was taking that longest of all long journeys, he was breathing his own blood.

It was already nearly midnight.

I sat heavily beside him and watched him die.

Sometimes, and believe me – I say this without irony, sometimes, I like to think back on those innocent days. Before all the horrid violence really began.

By the time of my twenty first birthday, I had murdered eleven people. I’ve murdered a lot more since.

*

As I grow older, I find myself growing more and more exasperated by the gross error of the western world’s ignorance of the ancient human sport of murder. You might think it could be excused by a lack of attention but nothing could be further from the truth. Our cultures groan under the weight of disseminated material about serial-killers, mortal sex-crimes, terrorist mayhem, Mafia slayings.

How many films do you ever see where no one is killed? How many movie-stars have you seen without a gun in their hand? Murder made the break into comedy decades ago. Now it’s filtering into the romantic comedies, the weepies and the chick-flicks. News and current affairs hum with harm and violent death. History is a gore-soaked disgrace.

We can’t deny that there’s a fuck of a lot of it about.

And yet it is all completely wrong.

How many paid window-cleaners are there in the world? Hundreds of thousands? No. There must be millions. Because there are billions of fucking windows. How many murderers in the world? Not so many, I can’t help but feel. And yet how many films have you seen about window-cleaners? How many books have you read that were written by window-cleaners? Under the circumstances, we murderers can hardly complain that we are ignored or marginalised. Nor frankly, that we’re even greatly disliked. You love us. People want to hear what it’s like to be a murderer. How it feels to kill someone.

Tragically, this public appetite, this capacious genre encourages many of our most mumbling and tone-deaf murderers to contribute their mote to the overweening lumber of the morticulture. Thousands of books and films are made every single year by people who know what it’s really like to kill someone.

And yet, they are all wrong.

It grieves me to say it but most of my co-practitioners (I simply can’t bring myself to call them colleagues) in the art or science of killing people are really very stupid indeed. By any sensible measure, killers tend to be deeply limited human beings. It hardly makes for great insight.

Please don’t ask me why I have killed people. There is no why, really. There is only how. Or where. When. With what. I once read that there is no such thing  as a stupid question. To which I reply with set teeth. There are fucking millions of them and they all begin with the word why. Why is definitely the question that is most met with untruthful response. Asking why is the equivalent of saying – lie to me, lie to me long and lie to me hard.

You would be infinitely better off with who. The answer to who is easy.

I kill the stupid, the rude, the boorish, the violent, the arrogant, the thoughtless, the vindictive, the mean-minded, the vulgar but most of all, the stupid. I’ve really killed a lot of stupid people. They’re definitely the group in the most peril. I’ve killed the violent. I’ve killed the wicked. I’ve even killed the presumptuous and the discourteous. But curiously, you can steal my car, burgle my house or pick my pocket and I will do nothing. It’s often a simple absence of consideration that is the crucial issue. It would be very foolish of you to behave inconsiderately in my presence. Best to be nice to waitresses when I’m around. I’d seriously avoid spitting in front of me. And don’t be a noisy neighbour on my street. Or my mothers’. Or the street of anyone I have ever spoken to or passed by on the street.

We all know who they are, these people I kill. We see them everywhere. We hear them all day long (aren’t they always so incredibly noisy!). You don’t like them either. No one likes them. They are the Monkeymen.

They tarnish my world. Less actual human beings than some form of genetic anomaly, an evolutionary stumble, the waste product of the species. I am simply clearing up that gross erratum. I am the Great Corrector.

You may be uncomfortable with the idea of murder as hygiene. It is not, I know, an idea to which history has been kind. But that discomfort would be very old-fashioned of you. It’s very modern. I remember how excited I was when the phrase ‘ethnic cleansing’ gained widespread currency. I felt like a secret, unexplored region of myself had been discovered and (semi-accurately) named. I felt oddly recognised, curiously vindicated.

And, in truth, this stuff I do reminds me of nothing more than it reminds me of actual cleaning. Like cleaning, it’s often unpleasant, sometimes rather disgusting and never truly pleasurable. But, like cleaning, it is always satisfying. If I were to try to describe the act of murder sincerely and accurately, I would say it’s rather like washing the dishes.

*

I am thirty three years old. I am married. I have no children. I am (and the thought can still make me laugh after all these years) a social worker. I have never been arrested, interviewed or even suspected by any police force. I have committed no other form of crime. I am really quite a decent human being.

Only two living people know that I have killed.

I am married to one of them.

I haven’t had a good night’s sleep in nearly twenty years. That was the one thing that Shakespeare got right. I’m pretty sure about Macbeth murdering sleep. I won’t tell you about my dreams. You don’t want that kind of stuff in your head. It’s a pity though, since it would be the very first time in your life that you weren’t bored stupid by hearing about someone else’s dreams. I won’t though. My dreams scare the shit out of me. Even me! In a fit of indescribable, unforgettable rage, I once tore a significant portion of a human face right off the skull with my bare hands. Never gave it a second thought. Do you think you would profit by hearing what someone like me calls a nightmare?

I’ve never been angry when I’ve killed someone. Though I have never killed without the giant assistance of rage. The dichotomy is non-existent. I simply don’t see the paradox that I know you hear. The other murderers amongst you will back me up on this. Rage, yes. Anger, no. Killers tend to the literal.

Human beings, amongst their many considerable gifts, are elegant and effective containers for rage. For most people, rage is an emotion that dissipates after a time. Mine doesn’t. I collect and tend my rage. I use it to nourish and water the precious garden of my habit. All my violence is irrigated, is made fruitful by archives of ancient rage.

Because rage is the ultimate magic spell. I think rage indeed might have some sacred component, some hint of the holy. And it is the true explanation of all the legendary powers of mythical heroes or even Gods. You could say that we murderers are right there at the creation of literature itself. Literature is how you explain us away. Metaphor was how Homer rendered the sociopathic.

But psychology is no better. Many theorists claim that there are only two primal human emotions – shame and rage. Almost all serious murderers know that shame and rage are the same emotion. The one so good they named it twice.

Killing is like a very prestigious university. It teaches you things that you could learn nowhere else. It has taught me everything about compassion and fear. Everything.

Very quickly, I learned that the hatred, the rage and contempt never survives the corpse stage. Once you’ve killed someone, the corpse always brings some form of compassion. You simply can’t help treating human remains with an odd, unexpected kind of respect. It does not matter how powerfully one has raged. Vacated by whatever simian soul that has just fled, the cadaver always achieves a hint of final human dignity. I could not count the number of times I’ve been moved to husky tears by the battered body of someone I’ve just murdered. Even if they had really, really annoyed me.

Corpses are oddly like children in that respect. No fully mature person can dislike one. No adult vileness to come can dent the glitter of a child’s absolute blamelessness. There’s a famous photograph of Hitler as a child. Jetblack glossy hair, bright eyes and a predictably serious expression. He’s fucking adorable, this kid-Hitler. Hilariously and undeniably, Adolf was cute when he was young. The dead are something like that. You can’t really blame them.

I have also, as you might expect, learnt something about fear. In some ways I am a researcher, a scientist of fear.

I should call a press conference. For I have found out that we have nearly forgotten how to be properly afraid. For thousands of years, we were a species of  paranoid vigilance. We crouched in stinking caves in our rabbit-fur mini-skirts, yelping in the darkness and hiding from the woolly monsters and the wicked stars. Everything scared us.

That made us smart.

But now, after a few paltry decades of central-heating, indoor sanitation and the soi-disant rule of law, we’ve relaxed. We have chilled out. We have come to think that our world is more or less kind, fundamentally co-operative and benevolent. We now think that fear should only be a reaction to frightening things. This is a dreadful mistake.

Fear should never be a local emotion. At least, not for long. Fear’s proper posture is a global one. Universal. Cosmic. You need to be scared of everything absolutely all the time. You cannot relax when some perceived threat appears to have passed. No threat in history has ever passed. Maybe it’s been having lunch or something but it will definitely be back. For example, the Berlin Wall comes down and people aren’t scared of nuclear weapons anymore. Jesus fuck, what is wrong with them? Did I miss something? Has someone found a cure for nuclear weapons? It’s infantile. Wake up, people. World war and nuclear winter? Coming to a suburb near you real soon. The Bubonic Plague? It will be here shortly. The Worst Possible Thing? It’s imminent. Most days, I keep my eyes peeled for dragons.

The one truly intelligent man I killed clearly understood some portion of this. As I murdered him (part-strangulation, part multiple skull fractures), he kept asking me why. Just at the end, with the little of speech left to him, he looked up at my face and asked me why I was crying. I have to admit I nearly had a heart attack. For a start, I was impressed that he could see anything at all through the thick mask of his own blood and flesh. I was, as is my wont, sobbing convulsively with pity and hatred. His question was very surprising.

So, I paused for a moment and looked at him. I licked my lips, tasting some of his blood and stuff. I coughed primly and then replied.

I’m suffering the melancholy euphoria of the unwitnessed excellence, I told him.

His face fell. He went all stiff and black. Some of his hair actually fell out right in front of me. I swear. Whole tufts of it. Smart guy that he was, he had understood the fullness of my answer. He had heard that his own act of witness could not, in truth, be counted. He knew that he simply didn’t matter any more. Despite his evident presence. For he was dead already. To all intents and purposes, he was no longer really there.

Boy, that was a big, big moment for him. I have seen many such moments but that was clearly the biggest. So few of them actually realise what is happening to them. So few can believe that they are going to die. They are trapped in the foolishness of fight, the stupidity of struggle. Prisoner of the belief of all life that it will continue to live. Almost none can understand that they are really already dead. That I am not fighting. That I am merely killing.

I watched him with interest and some sympathy. And this is where a writer would say that the man went to a place beyond fear. That is why you should never, ever trust writers. They’re idiots. Stick with me. I was there. I saw and smelt and felt. I learned. And this poor man finally taught me the lesson that there is no place beyond fear. There is only more fear, perhaps infinite fear. An endless loveless terror.

I have to admit, it scared the piss out of me. I finished him quickly, in some embarrassment.

It isn’t easy being me.

It’s interesting. But that doesn’t make it easy.

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